Presentazione Utriculus n.55

Utriculus n.55, II semestre 2018: uno sguardo al sommario di Antonietta Caccia
Emozioni iconografiche e non solo, in questo numero. Perché l’iconografia della zampogna riserva sempre piacevoli sorprese; infatti, nonostante la dovizia di immagini la cui conoscenza e disponibilità sono state amplificate dal web, se ne svelano sempre di nuove, talvolta particolarmente capaci di stupire, emozionare, porre interrogativi. E non si tratta, a ben guardare, di immagini nascoste in luoghi reconditi e remoti bensì da sempre o sotto gli occhi di tutti – raffigurate in un dipinto esposto in un museo, scolpite sul portale di una chiesa – o conservate in famiglia. Quella che campeggia sulla copertina del numero 55 di Utriculus appartiene alla categoria di quelle che tutti possono vedere, andando in chiesa o semplicemente passeggiando per la città. Ce la racconta nel contributo La chiesa di San Nicola dei Greci e gli zampognari di Cola de Gesso l’architetto-ingegnere Enza Zullo, isernina doc ma funzionario responsabile dell’area “Patrimonio Architettonico” della Soprintendenza Archeologica, Belle Arti e Paesaggio per la province di Barletta, Andria, Trani e Foggia e che talvolta, da amica e da madre di un giovane praticante di zampogna, si e ci concede qualche gradita ed erudita incursione nel mondo zampognaro. Ricordo i precedenti interessanti contributi: Lo zampognaro dell’Annunziata – pubblicato su Utriculus n. 17/1996 – che ci fece scoprire il magnifico suonatore di zampogna raffigurato nella “Natività” di Paolo Sperduti conservata nella chiesa dell’Annunziata di Venafro e Ballando con l’orso – pubblicato su Utriculus . n. 21/1997 – articolo che, unitamente al mio L’orso, lo zampognaro e i pianeti, pubblicato sullo stesso numero – segna l’avvio di un’indagine sugli zampognari girovaghi dell’area delle Mainarde molisane che si sarebbe poi sviluppata più compiutamente negli anni successivi,
Nel caso specifico che qui interessa, però, devo dire che la conoscenza dell’esistenza della chiesa di San Nicola dei Greci ad Altamura, con i suoi zampognari, la devo a Massimo Mancini (Università degli studi del Molise), amico e cacciatore abituale di testimonianze visive, testuali e musicali di zampogne e zampognari, al quale rinnovo il mio ringraziamento. Me ne fece avere notizia circa tre anni fa, unitamente alla foto dei tre ruvidi e al tempo stesso teneri personaggi dei quali mi innamorai sin dal primo istante, tanto che nella prima occasione che ebbi di andare in Puglia non potei fare a meno di andarli a vedere di persona, scoprendo un altro luogo federiciano in cui nel passato convissero arabi, greci ed ebrei e riscoprendo, dopo anni da che vi ero stata la prima volta in gioventù, la bellezza del suo antico borgo e della sua sontuosa cattedrale oltre che la bontà della sua cucina.
Dopo aver visto centinaia di immagini raffiguranti suonatori di zampogne e cornamuse d’ogni tipo, mi sono chiesta da dove nascono la simpatia e l’emozione che questi zampognari in terra di Murgia mi hanno suscitato e continuano a suscitare. Sarà forse nella maestà semplice e umile che traspare dalle loro figure o forse in quelle zampogne così erronee nella loro raffigurazione – con tutti quei fori su tutte le canne – eppure così vere nel trasmettere l’immagine dello strumento. Sarà, ancora, per via di una rappresentazione che, ancorché con una materia dura come la pietra, riesce a restituire con morbida plasticità la compostezza che gli zampognari di un tempo assumevano nell’esecuzione della novena: quella assorta e un po’ trasognata di chi è totalmente preso dal rito che sta officiando. E che dire poi del terzo personaggio, quello al centro, in secondo piano? Anche se nell’esecuzione della novena l’immagine e la prassi che si sono venute

consolidando dalla seconda metà dell’800 e nel corso del 900 è quella della classica coppia formata dal suonatore di zampogna e dal suonatore di ciaramella, sappiamo che la formazione dei suonatori della novena a volte era composta anche da tre persone. Pertanto, la figura rappresentata tra i due zampognari potrebbe essere il suonatore di ciaramella il quale cantava il brano della novena alternando una parte cantata a una solo strumentale. Indurrebbero a tale ipotesi la bocca aperta e l’atteggiamento complessivo del volto, atteggiamento che al tempo stesso, però, potrebbe anche semplicemente esprimere meraviglia. Non dobbiamo infatti dimenticare che il contesto in cui i tre pastori sono inseriti è quello della rappresentazione della Natività in cui spesso i pastori, con o senza gli strumenti musicali della tradizione, sono raffigurati in atteggiamento di stupore al cospetto dell’evento.
Ma vi è anche un altro aspetto che contribuisce a rendere affascinante e perfino intrigante questo gruppo scultoreo: la non sempre agevole risposta alla domanda che chi si occupa di cose zampognare si pone di fronte a documenti iconografici che si rinvengono in luoghi che, sulla base delle conoscenze disponibili, non sono riconosciuti come depositari dell’uso dello strumento con la sacca. In altri termini, poiché la Puglia è considerata una regione in cui non si sarebbe sviluppata una autonoma tradizione della zampogna (a parte il caso dell’anomala zampogna-piva di Panni in provincia di Foggia), la domanda è: erano autoctoni gli zampognari della chiesa di San Nicola di Altamura? E se non lo erano, da dove arrivavano?
Sulla possibilità che fossero autoctoni, ferme restando le conoscenze attuali che hanno portato ad escludere la Puglia, con l’eccezione suddetta, tra le regioni meridionali dotate di una tradizione artigianale e musicale legata alla zampogna, non si può neppure escludere che nelle zone interne confinanti con la Basilicata, con la Campania e con il Molise non si sia registrata nel passato una pratica musicale riferita a questo strumento. D’altro canto è pur vero che proprio la vicinanza con aree in cui l’uso della zampogna era diffuso favoriva lo spostamento di suonatori di tali aree nei limitrofi territori pugliesi. Inoltre, da tempi molto antichi e per secoli, un’ampia parte di questa regione -la cosiddetta Capitanata e parte della Terra di Bari- è stata il terminale di attività economiche che comportavano lo spostamento in quei territori di un gran numero di individui, pastori transumanti e mietitori, che recavano con se, come compagne dei lunghi giorni di permanenza lontano da casa, zampogne e ciaramelle. Proprio Altamura, ce lo ricorda anche Enza Zullo nel suo contributo, è sul tragitto del tratturo Melfi-Castellaneta e non è difficile immaginare pastori e mietitori che a Natale tornavano a camminare su quello stesso tratturo che avevano percorso in autunno e in primavera in compagnia delle greggi o nella calura al tempo della mietitura – come pure sugli altri che andavano dall’Abruzzo e attraverso il Molise – per andare ad annunciare, da zampognari, la lieta novella. Ed è così che, forse, Mastro Cola de Gesso li incontrò, li vide in azione e decise di inserirli nella composizione tipica del presepe pugliese, consegnandoli alla storia dell’arte e alle generazioni future nell’atteggiamento di umile compostezza e di ingenua meraviglia in cui la tradizione li aveva già tramandati.
Continuando a divagare in tema di sorprese ed emozioni, tra i contributi che compongono questo numero facciamo la conoscenza con un altro pastore – non zampognaro, per quanto è dato di sapere, bensì poeta e letterato autodidatta – che di nuovo ci conduce in Puglia, questa volta attraverso un altro tratturo che da Castel del Monte, in Abruzzo, scendeva fino al mare e, attraversando “il tratto collinare del basso Molise”, conduceva fino alla dogana di Foggia. Si chiamava Francesco Giuliani e ci racconta di lui, del suo diario di viaggio e del viaggio di immagini

e suoni ricostruito dallo “zampognaro nell’anima” Ciriaco Panaccio, il conterraneo di entrambi Antonio Bini nel suo Il pastore poeta Francesco Giuliani ispira un documentario sulla transumanza.
Capaci di stupire e di parlare al nostro confuso e immemore presente sono anche le foto delle due giovani musiciste originarie di Castelnuovo al Volturno che nei primi anni del 900 si esibivano a Bruxelles e dello zampognaro che negli anni del boom economico si recava ogni estate a suonare la zampogna per i turisti sulle Dolomiti. La pubblicazione di questi due preziosi documenti fotografici – riportati nel contributo dal titolo Mondo musicante e migrante di Antonietta Caccia – è stata resa possibile grazie alla disponibilità dei familiari dei soggetti rappresentati nelle foto e lascia ben sperare nella conservazione della memoria e nella trasmissione alle nuove generazioni di un passato che ci appartiene e al quale dobbiamo guardare senza cadute nostalgiche ma con considerazione, rispetto e per trarne, se possibile, qualche spunto di riflessione sul presente.
Con la quarta e ultima parte chi scrive – Antonietta Caccia, Il Censimanto della zampogna (ultima parte) – conclude il viaggio a ritroso negli esiti del Censimento dei beni culturali riguardanti la zampogna, effettuato dal Circolo negli anni 1999-2000. In particolare, dopo quelli attinenti ai settori archivistico e musicologico – oggetto dei capitoli pubblicati sui numeri di Utriculus 51-52, 53 e 54 – in questa puntata conclusiva vengono riferiti i risultati degli altri due ambiti di ricerca del Censimento, quello discografico e quello bibliografico. Mentre con quest’ultimo si riuscì a localizzare e censire la consistenza e la disponibilità di pubblicazioni a carattere storico, musicologico e organologico esistenti nelle principali biblioteche pubbliche e private del Molise, la ricerca discografica, per ragioni che vengono esplicitate nell’articolo, non dette i risultati attesi. In compenso, grazie ad informazioni che sono riuscita ad avere successivamente, sono emerse alcune incisioni, tutte di zampognari di Castelnuovo al Volturno, due delle quali risalenti ai primi anni 70.
La passione e la consapevolezza dell’importanza della salvaguardia e della trasmissione della memoria di ciò che siamo stati sono anche alla base della nascita de Il Museo della Musica e della Cultura Popolare dei Peloritani di Villaggio Gesso (Messina) di cui parla Mario Sarica, curatore scientifico della prestigiosa istituzione culturale siciliana. Del progetto museografico e della vasta collezione di strumenti musicali e da suono oltre che d’uso corrente e quotidiano è titolare l’associazione culturale “Kiklos” con la quale il Circolo della Zampogna ha di recente avuto l’onore e il piacere di avviare un patto di gemellaggio.
Le rubriche Zampogne sul pentagramma e CD &DVD danno conto , nei limiti di quanto ci è possibile – la puntualizzazione è per dire che sono graditi la segnalazione e l’invio di partiture, di cd e di dvd – di cosa si muove, in termini di ricerca musicale, di nuove composizioni e di produzioni discografiche, sul fronte della musica per zampogna e popolare più in generale. In Zampogne sul pentagramma, Mauro Gioielli presenta il brano “Felicitas” composto da Lino Miniscalco e Ivana Rufo del gruppo “Il Tratturo”. I dischi segnalati nella rubrica ad essi dedicata sono: Silvio Trotta canta Branduardi, con la partecipazione di un folto numero di ottimi musicisti tra cui anche il nostro giovane scapolese Christian Di Fiore, in un commento a cura della redazione della rivista; Maria Moramarco, del noto gruppo pugliese “Uaragniaun”, qui in versione di “albero del canto” accompagnata da pochissimi elementi del gruppo, con un emozionante Cillacilla

presentato da Silvio Teot; Pietro Cernuto e Paolo Totti con l’Orchestra “I Flauti di Toscanini con FriscalettiAmo, recensito da Lina Di Lembo, un interessante e, a mio parere, riuscito progetto che pone in dialogo “la voce antica del friscaletto e quella ‘canonica’ dei flauti”.
Nella rubrica Biblioteca, una breve rassegna di pubblicazioni: il volume con Cd “Affetti sonori”, di Marco Delfino, commentato da chi scrive, getta lo sguardo su un significativo festival folk come quello di Civitella Alfedena, altri invece riguardano alcuni aspetti del cosiddetto patrimonio culturale immateriale come ‘A Festa ‘e Sant’Antuono nel Paese della Pastellessa, di autori vari, recensito da Claudio Lombardi, cui è legata la tradizione dei “bottari” di Macerata Campania in provincia di Caserta, e la civiltà del tratturo e della transumanza, tornata vistosamente alla ribalta in Molise grazie alla sua candidatura per l’iscrizione nella lista Unesco rappresentativa del patrimonio culturale immateriale dell’umanità e che ha visto la pubblicazione del volume “Cammini di uomini, cammini di animali” a cura delle antropologhe dell’università degli studi del Molise Katia Ballacchino e Letizia Bindi e alla ripubblicazione del “lungimirante (e nostalgico)” romanzo “Il Tratturo” dell’isernino Franco Ciampitti (1903-1988); volumi entrambi presentati da Antonio Ruggieri.
Con il suo ormai tradizionale Annuario, Angelo Bavaro riassume, a beneficio della memoria, le principali attività e iniziative che sono state attuate dal Circolo o che lo hanno coinvolto e interessato nel corso del 2017.
Sempre ricca di spunti e di informazioni, che spaziano tra la saggistica, la letteratura e l’attualità, la Miscellanea Zampognara curata da Mauro Gioielli. Dello stesso autore si segnalano un contributo che ripropone Due melodie popolari tratte dalla “Fiorita” di Eugenia Levi e un contributo – Frammenti di folclore isernino. Il repertorio di Angelella Cientanne – su una raccolta di canti, filastrocche, formule magico-rituali in uso nella città di Isernia e raccolte dallo studioso Ermanno D’Apollonio nel 1943.
Nell’ultima parte della rivista, solitamente dedicata a tematiche non necessariamente attinenti alla zampogna e agli altri strumenti con la sacca, in questo numero ospitiamo due contributi: Antonietta Caccia, Un rito di primavera tra i patrimoni culturali immateriali dell’umanità e Latchezar Toshev, The Martenitsa un’antica tradizione bulgara, diffusa anche in altri Paesi limitrofi, derivante da un’usanza pagana che i proto-bulgari portarono dalle montagne del Pamir e che oggi è un modo con cui i moderni abitanti della Bulgaria si scambiano gli auguri all’inizio della primavera. Nell’ultima sessione del Comitato Intergovernativo della Convenzione Unesco per la salvaguardia del patrimonio culturale immateriale, tenutasi a Jeju nella Repubblica di Corea, la Martenitsa, nelle sue varianti regionali, è stata iscritta nella Lista Rappresentativa del Patrimonio Culturale Immateriale dell’Umanità prevista dalla Convenzione stessa.
Da alcuni anni, puntualmente, agli inizi di marzo anche noi del Circolo riceviamo da Latchezar Toshev un tenero biglietto augurale di Buona Primavera recante un’immagine di Martinitsa. Ve ne è una ragione e affonda le sue radici in una lontanissima tappa dell’incessante e insopprimibile migrare umano. Infatti, oltre che per la sintonia in cui siamo entrati nel nome della comune tradizione di uno strumento musicale con la sacca (noi abbiamo la zampogna, i bulgari hanno la gaida), lo scambio epistolare che si è instaurato con Latchezar Toshev (già parlamentare dell’Assemblea nazionale bulgara e poi componente del Consiglio d’Europa con la passione per la misica tradizionale e per la storia dei bulgari fuori dalla Bulgaria) muove anche da un altro interesse di tipo culturale e storico ed ha a che fare con la diaspora degli antichi bulgari. Una parte

di essi, secondo quanto riferisce Paolo Diacono nella sua “Storia dei Longobardi”, guidati da un nobile di nome Alzek, nella seconda metà del VII secolo si insediò, pacificamente e su concessione del duca di Benevento, in ampie zone dell’attuale regione Molise ponendovi le proprie nuove radici, dopo quelle originarie dei lontani altipiani del Pamir e quelle balcaniche da cui la varie tribù, dopo essere state unificate da Khan Kubrat intorno al 650, presero ciascuna la propria strada; dalle attuali Bulgaria, Ucraina e Macedonia alla regione del Volga in cui fondarono la città di Bolgar (vicino all’attuale città di Kazan nella repubblica russa del Tartastan) e fino alle terre degli antichi sanniti, oggi Molise. Popoli che vanno, popoli che vengono.

Antonietta Caccia, Presidente

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